L'approfondimento

n.65 | DOMENICA-6 MARZO 2016
Il Sole 24 Ore | 29
Scienza e filosofia
ORIENTARSI SULL'OMOGENITORIALITÀ
La famiglia è «culturale»
di Vittorio Lingiardi
( Professore Ordinario -Facoltà di Medicina e Psicologia, SAPIENZA Università di Roma)
Molti sono concepiti senza essere pensati, altri sono cercati
a tutti i costi, la maggior parte arriva percorrendo una delle tante strade comprese tra questi due estremi.
Ogni concepimento, nascita, adozione, ha una sua storia da raccontare, più o meno consapevole, più o meno fortunata. Qual è il "vero" genitore? Quello che mette a disposizione
la propria biologia o quello che cresce i figli fornendo cure e sicurezza? Quello che concepisce per caso o per sbaglio
o quello che desidera e attende? E che cosa è una famiglia?
Per Natalia Ginzburg «una famiglia è anche, forse soprattutto, fatta di voci che si intrecciano, è un linguaggio comprensibile solo a chi lo pratica, una rete di ricordi e richiami». Nel 1888 (avete letto bene) Émile Durkheim, padre della sociologia, scrive: «non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore di tutti [...] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse».
Nonostante la storia ci mostri i continui cambiamenti di forma e contenuto della famiglia, per alcuni questa parola non evoca una costruzione relazionale di affetti e progetti tale da giustificare l'uso del plurale (famiglie), ma coincide solo con l'immagine di un uomo e di una donna sposati, monogami, eterosessuali e fertili. Tutto ciò che sta fuori da questo modello viene, implicitamente o esplicitamente, delegittimato: famiglie con genitori adottivi, madri lesbiche e padri gay, madri e padri single, famiglie create ricorrendo alle tecniche di riproduzione assistita. I ripetuti inni al "naturale" (quindi niente antibiotici e anticoncezionali?), sono evidentementeignari di quanto "culturale" sia la nostra cangiante idea (ideale) di "natura".
Per questo è frettolosa e transeunte, oltre che tracotante, l'affermazione del ministro Alfano per cui avere impedito a
due persone dello stesso sesso («cui lo impedisce la natura») la possibilità di avere un figlio sarebbe stato «un bel regalo all'Italia». Impedire la stepchild adoption non è stato fermare «una rivoluzione contronatura e antropologica», bensì impedire a dei bambini il diritto di vedersi riconosciuta la propria famiglia.
Oggi, ignorare le complessità della scena riproduttiva e delle funzioni genitoriali significa vivere fuori dalla realtà. Al cui confronto quella dei cavoli e delle cicogne è senz'altro preferibile. Mentre il Parlamento, complice il primadonnismo cinico dei pentastellati, stralciava e spacchettava una legge umana, anche le vite di molte famiglie sono state stralciate e spacchettate. Per la legge italiana, il genitore non biologico è un estraneo e il bambino un semi-orfano. Non riconoscere che ci sono due genitori che hanno desiderato quel figlio e vorrebbero assumersi la responsabilità di crescerlo, vuol dire creare legalmente uno stato artificiale di mancanza che non corrisponde alla realtà e alle necessità di quella famiglia. Non è solo il genitore sociale a essere cancellato, ma la sua intera genealogia.
Da anni la comunità scientifica sta studiando le dimensioni affettive, psicologiche, fisiche, sociali, tecniche, legali, etiche ed economiche delle varie forme di genitorialità. Le domande sollevate sono molte e riguardano il rapporto tra desiderio di diventare genitore e ricorso alle tecniche procreative, le rappresentazioni mentali che genitori e figli hanno delle figure del donatore e della portatrice, le dinamiche tra genitore biologico e genitore sociale, le complessità psicologiche, filosofiche e giuridiche della gestazione di sostegno, la rilettura della categoria psicoanalitica dell'Edipo, magari liberandosi del complesso a favore della complessità. Recuperando l'inevitabile ritardo nei confronti della letteratura scientifica anglosassone, ricercatrici e ricercatori italiani hanno prodotto una serie di volumi che consiglio a chiunque sia chiamato ad esprimersi sul tema delle «famiglie moderne» (che tra l'altro è il titolo di un importante volume di Susan Golombok, direttrice del Centre for Family Research dell'Università di Cambridge, che ad aprile uscirà in traduzione italiana per le edizioni Edra). Nel box pubblicato all'interno di quest'articolo un elenco di contributi italiani che mi hanno colpito per la chiarezza documentata della loro voce. Quanto alle riviste scientifiche, è purtroppo esaurito, ma ci auguriamo verrà
ristampato, il numero monografico 2/13 di Infanzia e Adolescenza (il Pensiero Scientifico) a cura di Anna Maria Speranza. Per il prossimo aprile è annunciato un numero del Giornale Italiano di Psicologia (il Mulino) interamente dedicato all’omogenitorialità. Ultima segnalazione: il sito della Colombia Law School (http://whatweknow.law.columbia.edu)
raccoglie la più completa rassegna della letteratura scientifica sull'omogenitorialità: consultatelo.
I LIBRI
• Paola Bastianoni, Chiara Baiamonte,
Le famiglie omogenitoriali in
Italia, Edizioni Junior, Bergamo,
pagg. 142, € 15
• Roberta Bosisio e Paola Ronfani, Le
famiglie omogenitoriali, Carocci, Roma,
pagg. 144 ,€ 15
• Nicola Carone, In origine è il dono.
Donatore e portatrice nell'immaginario
delle famiglie omogenitoriali, il
Saggiatore, Milano, uscita prevista
settembre 2016
• Salvatore D'Amore (a cura di), Le
nuove famiglie, Franco Angeli, Milano,
pagg. 224, €32
• Marina Everri, Genitori come gli altri
e tra gli altri, Mimesis, Sesto San Giovanni,
Milano, in corso di stampa
• Federico Ferrari, La famiglia inattesa,
Mimesis, Sesto San Giovanni- Milano,
pagg. 266, € 22
• Alessandro Taurino, Due papà e due
mamme. Sfatare i pregiudizi, La Meridiana,
Molfetta- Bari, pagg. 220, €19



Perché un ragazzo gay di oggi può uccidersi?
Dettagli
Pubblicato Mercoledì, 30 Novembre -0001 00:00
Annotazioini di Andrea Rubera del gruppo Nuova Proposta di Roma

Titolo questa nota parafrasando il titolo di una canzone de Baustelle a me cara e che mi aveva fatto pensare molto quando la ascoltai la prima volta: "Perché una ragazza d'oggi può uccidersi".
Simone si è suicidato 2 giorni fa, e questo oramai è cronaca. Aveva 21 anni e ha deciso di farla finita gettandosi dall'undicesimo piano di un palazzo nel comprensorio Pantanella. Anche questo è cronaca. E ha lasciato un messaggio: "l'Italia è un paese libero ma esiste l'omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza". Cronaca. Sempre cronaca.
Ho provato a riflettere bene, invece, su alcuni aspetti spiazzanti di questa e delle altre due vicende simili che negli ultimi mesi hanno funestato la capitale.
Parlando con parenti, amici, vicini di Simone, nessuno era a conoscenza né della sua omosessualità, né di eventuali atti di bullismo da lui subiti.
Sembra che la solitudine, la  disperazione di Simone fossero totalmente invisibili e che se le fosse vissute tutte in una prospettiva introflessa. E allora, mi chiedo, e pongo questo quesito a tutti: perché un ragazzo gay di oggi può uccidersi?

La mia risposta sta ovviamente nella parola "omofobia" ma dobbiamo stare attenti a declinarla nella giusta accezione.  In questo momento il Parlamento sta vagliando una proposta di legge che vuole proteggere (con tutti i limiti dei compromessi tra partiti che la stanno via via svuotando) le persone dalle aggressioni omofobe. Ma Simone si è suicidato pur non essendo stato probabilmente vittima di aggressioni omofobe. Eppure dal suo messaggio è evidente che l'omofobia è stata il suo assassino.


Cosa intendeva Simone con omofobia?

Ipotizzo alcune interpretazioni, evidentemente filtrandole anche con la mia personale esperienza. In Italia, ancora oggi, benché internet e l'associazionismo stia migliorando decisamente la circolazione dell'informazione e l'opportunità di confronto e sostegno, l'omosessualità non esiste nell'immaginario quotidiano. Parlo ovviamente in via generale, conscio che per fortuna stanno sorgendo sempre più eccezioni.
Per lo meno non esiste come opzione di vita tra le tante. Esiste ancora come "eccezione", macchietta, caso da trattare con registro ora comico ora drammatico. E' proprio la "quotidianità" che viene negata nell'immaginario collettivo, quotidianità non fatta di estremi, di bianchi e neri, ma da un'infinita gamma di grigi, anche di banalità e gesti ripetuti nella loro automatica e calda familiarità.
Non esistono modelli che presentino l'omosessualità come una possibilità di vita da poter sviluppare con progettualità e slancio uguali a quelli di ogni altro essere vivente. Di omosessualità non si parla in famiglia, a scuola, o meglio se ne parla semmai con battute.
Manca la rappresentazione della dimensione della "speranza" per le persone omosessuali, quella speranza che, soprattutto per chi si sente cristiano, è "azione", è progetto che, insieme a quello degli altri, diventa "vivere e stare insieme".
Questo avviene, purtroppo, in ogni ambito: a scuola, nei media, negli ambiti di fede e anche, soprattutto, in famiglia: è ancora diffusissimo il pensiero (provate a verificarlo anche tra i vostri amici più "aperti") che essere gay è un problema e che non lo si augurerebbe al proprio figlio perché "consci delle sofferenze che dovrebbe affrontare".
Cosa, ancora oggi, percepisce un ragazzo gay? Che essere gay è male, è un problema, è qualcosa che impedisce una vita piena. Che se si prende una cotta per un ragazzo, invece di andare a condividere la sua gioia con l'amico o l'amica del cuore per chiedere consiglio, deve nasconderlo e, anzi, reprimere questo sentimento. Che essere gay implica nasconderlo, nascondersi; implica controllo: di ogni gesto, di ogni parola, di ogni contesto in cui ci si trova.

Tutto questo, ovviamente, implica, da parte della persona che lo subisce,  il dispiego di infinite energie; energie che, invece di essere messe a disposizione dello sviluppo della persona e del suo personale progetto di vita, sono impiegate a "contenere", "limitare", "circoscrivere".
Infine, non nascondiamoci dietro a un dito, il progetto di vita di una persona gay o lesbica, è profondamente mutilato anche e soprattutto dall'assenza di uguali diritti: diritto a poter immaginare una vita di coppia che, per chi lo desideri, culmini nel matrimonio, diritto a diventare genitore.

Tutto questo porta una persona come Simone (ma ce ne sono migliaia come lui) a tenersi dentro le sue paure, le sue angosce, la sua disperazione, come anche i suoi desideri e le sue aspirazioni.
Nasce quel rapporto privilegiato con l'"aldidentro" che per molti diventa una gabbia da cui non si riesce più ad uscire.
Credo veramente che i genitori potessero non aver capito fino in fondo la situazione di Simone e non faccio loro una colpa per questo. Accade che l'angoscia di essere omosessuale, in un contesto che non ti vuole, porti a diventare molto bravi nell'arte della dissimulazione.


Cosa si può fare per cambiare?

Innanzitutto cerchiamo di dare un significato allargato alla parola omofobia: omofobia non sono solo botte, parolacce, offese, violenza. Da questa accezione "ristretta" di omofobia è facile prendere le distanze.Tutti si sentono in dovere di stigmatizzarla.
L'omofobia più diffusa, che ha imprigionato Simone, e di cui siamo tutti complici, è quella che nega l'esistenza di un vissuto quotidiano delle persone omosessuali, che non dà cittadinanza all'omosessualità se non come argomento "scientifico" o di "cronaca". Che impedisce di pensare fino in fondo a una persone omosessuale come "uno di noi", libero di pensare alla propria vita libero di condizionamenti, libero di "se" e di "ma".
Quando scopriremo che avere di fronte un figlio, un amico, un collega, un vicino di casa omosessuale è cosa tanto trasparente da non essere degna di nota, allora sapremo che l'omofobia sarà veramente sparita.

La Chiesa faccia la sua parte

Essendo io uomo di fede, non posso non fare una zoomata sulle specificità che accadono nel mondo cattolico, dove la situazione è mediamente più arretrata del resto della società su questo tema.
Nelle comunità cristiane, nei percorsi di fede, nelle parrocchie, l'omosessualità semplicemente non esiste. O meglio: esiste come "specificità" da trattare dai punti di vista "morale" e "dottrinale". Non esiste in quanto incarnata nelle singole persone, ognuna con una propria vita unica.
Viene troppo spesso scambiata l"accoglienza", per "non cacciare". Viene ribadito che mai nessuna persona omosessuale" sarà allontanata dalla propria comunità. e questo probabilmente è vero. Perché quello che fa, invece, allontanare le persone omosessuali credenti dai loro percorsi non è un atto di "cacciata" ma piuttosto una forza centrifuga innescata dal rendersi conto che, in quei contesti, che per molti sono una seconda casa, la loro esistenza non è prevista, se non come "atto di rinuncia".

Pensate a cosa accadrebbe (e accade) se una coppia gay volesse frequentare in trasparenza una parrocchia o un cammino di fede, per l'appunto in quanto coppia, senza nascondersi o fingere di essere altro da sé. E pensate, ancor di più, a cosa accadrebbe se la famiglia fosse composta da due genitori dello stesso sesso che volessero far frequentare al proprio figlio il catechismo o gli scout.
La verità è che la chiesa, ancora oggi, non ha formulato sul tema dell'omosessualità, altro da quello che viene espresso nel Catechismo ufficiale che alterna, generando un effetto straniante, la condanna degli atti atti omosessuali (visti come "intrinsecamente disordinati" e da non approvare in alcun caso) ad accoglienza, con rispetto, compassione, delicatezza, delle persone omosessuali.
Il problema è che la persona non è, come nella visione platonica che la chiesa stessa ha superato su tutto il resto da tempo, "ingabbiata" nel proprio corpo, ma vive con esso in un'organicità di essere che presenta la sua personale e unica esperienza terrena.

Le parole di papa Francesco sugli omosessuali stanno dando a tutti grande speranza. Il suo indugiare solo sull'aspetto di accoglienza del catechismo, senza mai ricordare la parte di condanna, rappresenta di per se stesso un contenuto non secondario.
Certo, devono ancora trasformarsi in qualcosa di concreto, anche se effetti, secondo me, li stanno già generando, soprattutto tra quei parroci, ad esempio, che con spontaneo slancio avrebbero voluto fare qualcosa per favorire l'accoglienza delle persone omosessuali e che non lo hanno fatto per paura di essere messi sott'occhio. Con queste parole quei parroci potrebbero aver trovato nuova forza.

Ma in concreto, cosa potrebbe fare la Chiesa? Per me, dovrebbe voler capire fino in fondo cosa significhi accoglienza vera per i ragazzi e le ragazze omosessuali. Prendendosi a carico le loro vite, guardandoli con gli occhi del cuore e non con quelli della legge.
Favorendo ambiti in cui si parli di omosessualità con naturalità e come opzione tra le altre. Cercando di ipotizzare un percorso pastorale che accompagni le persone omosessuali anche nel loro desiderio di affettività, indirizzandolo e formandolo piuttosto che negandolo.

Fornendo quella speranza che, a maggior ragione, dovrebbe provenire da un ambito di fede. Speranza che la propria vita non è "una prova" (come dice il catechismo) ma che, come quella di chiunque altro, è un bellissimo tesoro da vivere insieme agli altri, mettendo in circolo tutte le proprie energie vitali, non segregandone neanche una piccolissima porzione a quell'ambito di solitudine dove troppi gay e lesbiche sono ancora oggi confinati.



di Antonio Soggia - dottore di ricerca in Storia Contemporanea - Università di Torino
 05 febbraio 2013
Ne abbiamo avuto un’ulteriore prova questa mattina, alla lettura dei commenti dei giornali alle parole di mons. Vincenzo Paglia sui diritti dei gay. Titola la Repubblica: «Prima apertura nella Chiesa: “Diritti alle coppie gay”». E Vito Mancuso, che pure è un teologo e di magistero della Chiesa dovrebbe intendersi, scrive che “è la prima volta che un ministro vaticano riconosce esplicitamente e pubblicamente l’esistenza delle coppie omosessuali rendendole soggetto di diritti” e individua nella parole di Paglia “una sterzata abbastanza netta rispetto all’intransigenza esibita finora”. Non è vera né la prima, né la seconda osservazione.

Prima di tutto, Paglia non ha riconosciuto “esplicitamente e pubblicamente” le coppie omosessuali. Ha al contrario parlato di “diritti individuali” e di “soluzioni di diritti privato”, soprattutto alle questioni di ordine patrimoniale. La coppia omosessuale non è quindi, di per sé, riconosciuta e considerata “soggetto di diritti”. Paglia ha poi ribadito che la coppia e la famiglia sono intrinsecamente eterosessuali, perché fondate sulla differenza biologica tra l’uomo e la donna. Quindi niente matrimonio per le coppie gay e lesbiche, e niente che gli assomigli, cioè un istituto di natura pubblicistica che preveda un accordo solenne davanti ad un pubblico ufficiale, una registrazione civile, concreti effetti in ambito fiscale e patrimoniale.
Mancuso sembra molto eccitato anche dal fatto che Paglia abbia ribadito “la pari dignità di tutti i figli di Dio”, parole nella quali ha sentito “un po’ di profumo evangelico”. L’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana – il cui profumo è l’unico che, in uno Stato laico, mi piacerebbe poter fiutare – afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Pari dignità sociale e uguaglianza davanti alle legge sono legate e interdipendenti: l’una non è data, senza l’altra. Non esiste pari dignità per le persone omosessuali senza l’uguaglianza dei loro diritti rispetto ai cittadini eterosessuali. E l’uguaglianza implica anche l’accesso ai diritti umani fondamentali, compreso quello di sposarsi e di costituire una famiglia, per chi lo desidera. Non basta qualche “diritto privato” e “individuale”, qualche “soluzione patrimoniale” concessa unilateralmente e caritatevolmente, proprio come l’elemosina, per colmare l’attuale vuoto normativo.

Nelle parole di Paglia non c’è poi nessuna “sterzata netta” rispetto al passato. Il 19 settembre 2005, nella prolusione al consiglio permanente della CEI che cominciava quel giorno, il cardinale Camillo Ruini – cioè il capo dei vescovi italiani di allora – dichiarò:
«Per quelle unioni che abbiano desiderio o bisogno di dare una protezione giuridica ai rapporti reciproci esiste anzitutto la strada del diritto comune, assai ampia e adattabile alle diverse situazioni. Qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell’ambito dei diritti e doveri delle persone. Esse pertanto dovrebbero valere anche per convivenze non di indole affettivo-sessuale»
Dopo la prolusione di Ruini, nel dibattito pubblico intervennero illustri giuristi cattolici come Giovanni Giacobbe, Preside della facoltà di Giurisprudenza della "Lumsa" (dalle pagine di "Avvenire") e Cesare Mirabelli, Presidente emerito della Corte Costituzionale, che proposero, rispettivamente, “di tutelare tali rapporti con contratti di diritto privato” e di riconoscere “alcuni singoli diritti individuali come il diritto all'abitazione o al risarcimento del danno in caso di morte
del convivente”.
Niente di nuovo, insomma. Rinfrescarsi la memoria non è poi così difficile, basta usare Google. Ma tant’è.
Ricordo anche che nel 2007 assistemmo ad una lunga e penosa negoziazione tra il ministro delle Pari Opportunità, Pollastrini, e quello della Famiglia, Bindi, proprio per arrivare a soddisfare le richieste vaticane sul punto dei “diritti individuali”: il progetto di legge sui Dico, infatti, prevedeva non solo diritti e tutele enormemente inferiori al matrimonio, ma anche – sul piano simbolico – che i due partner non si presentassero insieme all’anagrafe per registrare l’unione, ma individualmente, informando l’altra parte con una raccomandata. In questo modo, si sosteneva, non si sarebbe istituito nulla di simile al matrimonio, che prevede un impegno congiunto, pubblico e solenne. Gli appetiti bestiali delle gerarchie cattoliche non furono saziati neanche da questa evidente violazione della nostra dignità, e così anche i Dico furono archiviati.

Paglia si augura anche che la Chiesa si impegni per la depenalizzazione dell’omosessualità, che, ha ricordato, è considerata un reato in “forse 25 paesi”. In realtà i paesi sono più del doppio, in molti casi la punizione è la tortura e il carcere per più di 10 anni e, in 7 paesi, la pena di morte. Questo sì, sarebbe un bel passo avanti: per due volte, nel 2008 e nel 2001, la Città del Vaticano, in sede Onu, ha votato contro la risoluzione che chiedeva la depenalizzazione mondiale dell’omosessualità. Chissà, forse gli alti prelati si sono riletti il Vangelo e hanno scoperto che torturare e uccidere non è molto cristiano. Chissà. Vedremo. In ogni caso sarebbe una novità vecchia di 2.000 anni.


 di S.C.



 CASSAZIONE 601       CAMERA DI CONSIGLIO 8-11-12


La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Brescia del 26/7/2011 che sanzionava l’affidamento esclusivo del figlio alla madre.
Motivi del ricorso che principalmente interessano sono stati i seguenti:
- carenza motivazionale della sentenza di secondo grado, in quanto la Corte d’appello avrebbe dovuto motivare la ritenuta idoneità della madre all’affidamento esclusivo, “a fronte del mancato espletamento dell’indagine chiesta dal Servizio Sociale di (           ) diretta a verificare se il nucleo familiare della madre composto da due donne, tra di loro legate da relazione omosessuale, fosse idoneo, sotto il profilo educativo, ad assicurare l’equilibrato sviluppo del minore” in relazione al suo diritto “ad essere educato nell’ambito di una famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio”;
- violazione degli artt. 342 e 155 bis c.c. e conseguente censura della statuizione di inammissibilità del secondo motivo di appello, osservando che con quel motivo si era lamentato che il tribunale non aveva approfondito, come richiesto dal servizio sociale, se la famiglia in cui è inserito il minore, composta da due donne legate da una relazione omosessuale, fosse idonea sotto il profilo educativo a garantire l’equilibrato sviluppo del bambino, “in relazione ai diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio di cui all’art. 29 della Costituzione ….”
Per la Suprema Corte le censure sono inammissibili perché la prima “non è attinente alla ratio della decisione impugnata sul punto, che ha rilevato l’inammissibilità del corrispondente motivo di appello per difetto di specificità”, e la seconda perché “il ricorrente si limita a fornire una sintesi del motivo di gravame in questione, dalla quale, invero, non risulta alcuna specificazione delle ripercussioni negative, sul piano educativo e della crescita del bambino, dell’ambiente familiare in cui questi viveva presso la madre: specificazione la cui mancanza era stata appunto stigmatizzata dai giudici di appello. Né il ricorrente spiega altrimenti perché sarebbe errata la statuizione di quei giudici d’inammissibilità della censura per genericità, essendo a sua volta generico e non concludente anche l’accenno ai principi costituzionali di cui sopra”.
Fondamentale è il seguente giudizio di valore espresso dalla Corte:
alla base della doglianza del ricorrente non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pre-giudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale”.
Viviamo purtroppo ancora di pre-concetti e di pre-giudizi, basando il nostro essere su schemi sociali che non hanno base scientifica e antropologica. Ancora nel 2013 basiamo i nostri giudizi su assurdi refusi storici, sociali e di falsa morale!
Commentandosi da sé, la sentenza in discorso mi porta alla mente le parole di Trouillot “gli esseri umani tendono a produrre schemi interpretativi che riconducono a forza la realtà all’interno di queste convinzioni. Escogitano formule che consentono loro di reprimere l’impensabile e di ricondurlo all’interno del discorso accettato”
Ebbene si, l’omosessualità non è una scelta, non è una malattia né è frutto di una devianza psichica, ma è semplicemente espressione sessuale della propria personalità tale e quale a quello della eterosessualità. Inoltre, a livello pedagogico non vi è ragione alcuna per escludere la idoneità di genitori omosessuali ad amare e allevare un bambino.


UNA PILLOLA NORMATIVA “SENZA EFFETTI COLLATERALI”

Cassazione - sentenza n. 4184 del 15 marzo 2012

Un nuovo tassello viene posto dalla Corte di Cassazione in materia di unioni gay: dalla inesistenza giuridica alla esistenza senza effetti giuridici! Quale sarà il prossimo passo?
Avverso il diniego di trascrizione nei registri dello Stato Civile, da parte del Sindaco di Latina, del  loro matrimonio contratto all’estero, i cittadini - omosessuali - G.A e O.M. ricorrono in primo ed in secondo grado riscontrando comunque, in queste sedi, conferma del diniego di cui in argomento e, quindi, rigetto della domanda.
In sede di ricorso per Cassazione, il giudice di legittimità ha inizialmente argomentato partendo dalla diversità di sesso, congiuntamente al consenso prestato dalle parti, quale requisito di esistenza del matrimonio nell’ordinamento italiano e,  successivamente, ha praticato una ricognizione di quella che è la normativa sopranazionale agli occhi del giudice competente all’interpretazione della medesima.

La valutazione evolutiva del diritto vivente in materia è così sintetizzabile:
  1. la Corte Costituzionale con sentenza n. 138/2010 stabilisce che nelle “formazioni sociali” di cui all’art.2 Cost. è inclusa “l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia” ma che, la modalità e la garanzia dell’esercizio di tale diritto “inviolabile” sono rimesse alla discrezionalità del legislatore.
Tuttavia, resta “riservata alla Corte Costituzionale la possibilità di intervenire a tutela di specifiche situazioni” in virtù del controllo di ragionevolezza ad essa attribuito (vedi sentenze n. 599 del 1989 e n. 404 del 1988 in materia di convivenze more uxorio);
  1. la Corte Europea con sentenza 24 giugno 2010 “non ritiene più che il diritto al matrimonio di cui all’art. 12 CEDU ( Convenzione Europea dei Diritti Umani) debba essere limitato in tutti i casi al matrimonio tra persone di sesso opposto. ….Tuttavia, per come stanno le cose, si lascia decidere alla legislazione nazionale dello Stato contraente se permettere o meno il matrimonio omosessuale”
Questo perché, l’inequivocabile tenore letterale dell’art 12 CEDU e dell’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, letti nell’interpretazione in combinato disposto, riserva la materia al potere legislativo degli Stati che,  attraverso gli “ordini di esecuzione”, hanno autorizzato la ratifica della Convenzione e del Trattato sull’Unione Europea.

La sentenza della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che, in virtù della valutazione complessiva, l’intrascrivibilità del matrimonio contratto all’estero da cittadini italiani dello stesso sesso, non deriva più dalla sua inesistenza.
Avendo la Corte Europea rimosso l’ostacolo, la diversità di sesso dei nubendi appunto, la giurisprudenza della Cassazione non si dimostra più adeguata alla attuale realtà giuridica!
Preso atto di ciò, il giudice di legittimità, ha rigettato il ricorso poiché le unioni tra persone dello stesso sesso non sono inesistenti, neppure invalide, ma “semplicemente” inidonee a produrre qualsiasi effetto giuridico nell’ordinamento italiano.
A parere di chi scrive, il riconoscimento sul piano ontologico delle unioni di cui in argomento è un grande successo e, in attesa che il Parlamento, sede privilegiata ed esclusiva per la disciplina del fenomeno sociale di cui si discute, adotti una normativa che possa far definire l’Italia una “nazione civile”, lascia al lettore la propria valutazione della situazione giuridica attuale: quale ambiguità  peggiore di una pillola senza effetti? E quando ci sarà una equiparazione sostanziale tra situazioni anche solo astrattamente omogenee?